Perché l’estinzione di una specie è un evento drammatico?

Estinzione è una parola che ormai si sente molto spesso e siamo abituati ad associarla a qualcosa di negativo, a un evento drammatico. Ma cosa significa realmente e quali sono le esattamente implicazioni dell’estinzione di una specie?

L’impatto di un asteroide è la più famosa causa di estinzione presso il grande pubblico (By The original uploader was Fredrik at English Wikipedia. –  Transferred from en.wikipedia to Commons by Vojtech.dostal., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5786440)

Cosa significa il termine “estinzione”

Per estinzione si intende la completa scomparsa di una specie dal suo ambiente. Si possono avere estinzioni locali, quando una popolazione scompare da un’area, restando però in altre località; oppure estinzioni totali quando tutti gli esemplari di una specie cessano di vivere o sono impossibilitati a riprodursi.

In effetti non è necessario che tutti gli esemplari di una specie muoiano per avere un’estinzione, ma basta che sia impossibile la riproduzione. Una popolazione formata da pochi esemplari molto rari e per i quali è impossile incontrarsi si può considerare estinta.

I dinosauri sono spesso i primi animali cui pensa il grande pubblico quando sente la parola “estinzione” (Di Agsftw – File:Tyrannosaurus exhibit at the Houston Museum of Natural Science Morian Hall of Paleontology.JPG, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63404774)

Chiariamo però un concetto importante: l’estinzione di una specie è un fatto del tutto naturale. Innumerevoli specie si sono estinte negli ultimi 3,5 miliardi di anni. Il destino di ogni specie è quello di estinguersi, come quello di ogni organismo è morire, per quanto longevo possa essere.

Il problema nasce quando l’azione antropica accelera questo processo.

Perché l’estinzione di una specie è un fatto gravissimo

In pratica possiamo considerare l’estinzione come la “morte” di un’intera specie, e come la morte in senso classico è irreversibile.

Una volta che una specie è del tutto scomparsa non c’è alcun modo di riportarla in vita, esattamente come un organismo morto non può essere resuscitato. Con la specie muoiono anche tutti i comportamenti, gli adattamenti e i geni sviluppati in miliardi di anni di evoluzione. Non torneranno mai più. Una specie è il risultato di una combinazione unica e irripetibile di geni nel corso dell’evoluzione. L’estinzione comporta la perdita di miliardi di anni di storia evolutiva, un tempo estremamente lungo e denso di avvenimenti.

Ma oltre a queste considerazioni più filosofiche ci sono anche ragioni ben  più pratiche per temere l’estinzione di una specie. Esistono infatti specie che hanno un ruolo chiave nell’ecosistema in cui si trovano, la scomparsa di una di queste provocherebbe il collasso dell’intero ecosistema, con conseguenti estinzioni a catena. E un ecosistema che ha subito un collasso e quindi un’ingente perdita di biodiveristà non è più in grado di sostenere la vita umana. In pratica l’estinzione di una specie può portare alla nostra estinzione nel lungo termine.

Strano, eh? Non così tanto in realtà, perché sebbene lo abbiamo dimenticato noi facciamo parte della biodiversità della Terra, non ne siamo esclusi. L’estinzione di una specie di pianta, di animale (specialimente insetti) o di fungo può avere ripercussioni catastrofiche sulla mia vita e sulla tua. Ecco perché è il caso di preoccuparsi per questi problemi.

Le specie bandiera

Ailuropoda melanoleuca, il panga gigante della Cina (Di J. Patrick Fischer – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9010137)

Il panda gigante della Cina (Ailuropoda melanoleuca) è forse il più conosciuto caso di animale a rischio di estinzione. Anzi è probabilmente il simbolo di tutte le specie a rischio, eppure se si estinguesse le conseguenze sarebbero minime.

L’ecosistema delle foreste cinesi in cui vive il panda non dipendono da lui per un’importante funzione ecologica, di conseguenza la foreste di accorgerebbe a malapena della scomparsa di questo bizzarro urside. Nel caso del panda la conservazione della specie è uno strumento per salvare ciò che gli sta intorno: il panda si può considerare una specie bandiera, ossia una specie famosa presso il grande pubblico la cui salvaguardia permette di conservare anche tutto l’ambiente in cui vive.

L’estinzione di una specie chiave è un evento catastrofico

Facciamo ora un esperimento: immaginiamo che domani mattina tutte le specie di api siano estinte. Cosa accadrebbe? Una catastrofe colossale.

Gli apoidei (cioè le api domestiche e le specie selvatiche) sono i maggiori insetti impollinatori in tutto il mondo, quindi la loro scomparsa renderebbe impossibile la risproduzione per tutte le piante a impollinazione entomofila, che sono la maggiornaza. Basta pensare per esempio a una tipica frutteria: senza insetti impollinatori dovremmo dire addio alle mele, alle pere, agli agrumi, alle pesche, alle albicocche e a moltissimi altri frutti. Scomparirebbero anche i legumi, i pomodori e numerossime altre verdure. E si tratta solo di un esempio semplificato che non tiene conto delle ben più numerose specie di piante selvatiche che si estinguerebbero per lo stesso motivo.

L’impollinazione è una funzione essenziale degli ecosistemi ed è quindi logico che la scomparsa di una specie impollinatrice provochi l’estinzione di tutte le sue specie “clienti”, che da essa dipendono per riprodursi.

Perché una specie si estingue?

Il caso più comune di estinzione per cause antropiche è provocato dalla distruzione dell’habitat: sostituendo una foresta con un campo coltivato è ovvio che le specie che prima vivevano nel bosco non possono più sopravvivere. Le condizioni in cui si erano evolute sono cambiante in un tempo brevissimo, troppo breve per potervisi adattare. Una specie può adattarsi ai mutamenti ambientali, questa è l’evoluzione, ma l’adattamento è possibile solo se i mutamenti avvengono in un tempo ragionevolmente lento e quindi compatibile con i tempi dell’evoluzione, che richiede millenni per poter avvenire.

Un’altra causa di estinzione è la caccia eccessiva. La predazione e la caccia sono fenomeni assolutamente naturali, ma un tasso di uccisioni eccessivo, oltre la capacità riproduttiva della specie, ne provocherebbe un calo demografico e una perdita di diversità genetica. Fenomeni che nel tempo possono sfociare in un’estinzione.

In pratica l’attività della nostra specie provoca delle pressioni sulla biodiversità. Le pressioni in sé, come la caccia o i mutamenti ambientali, non sarebbero innaturali perché sono fenomeni che avvengono sin dalla comparsa della vita sulla Terra. Il problema è che le pressioni di tipo antropico sono troppo forti e troppo brevi, quindi l’impatto è spesso fatale per una specie che non ha tempo sufficiente per adattarsi.

La conservazione della biodiversità

Non bisogna però disperare né demonizzare la nostra specie. Se è vero che spesso ci siamo mossi con la grazia di un elefante in una cristalleria, è anche vero che l’azione antropica può essere l’unica speranza di salvezza per una specie in crisi.

Lo scopo della conservazione è proprio questo: riparare i danni e risolvere i problemi di uno sviluppo incontrollato. Qualcuno potrebbe dire cosa come «Senza di noi il problema non ci sarebbe» ma si tratta di un’idea senza senso: dal momento che esistiamo e non possiamo svanire schioccando le dita, abbiamo il dovere di porre rimedio ai danni provocati da noi stessi prima che sia troppo tardi.

Le azioni di conservazione che si possono mettere un atto sono molteplici. Per esempio di può mettere sotto protezione un’intera area, salvaguardando così tutte le specie che vi vivono. È il caso per esempio dei cosiddetti “parchi nazionali”, il cui scopo è fornire un rifugio a tutte le specie che vi si trovano all’interno.

Nei casi più estremi si può procedere a una reintroduzine se la specia è ancora presente in un’altra regione o in cattività. Gli zoo infatti sono molto utili (almeno quelli gestiti in modo scientifico), in quanto costituiscono un serbatoio di biodiversirà da cui attingere in caso di emergenza. Ecco perché bisogna diffidare delle persone che vorrebbero la chiusura immediata di tutti gli zoo: non si rendono conto del danno che ciò provocherebbe alla biodiversità.

Il bisonte europeo (Di Michael Gäbler, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9875161)

Le reintroduzioni di esemplari nati in cattività hanno spesso successo e un ottimo esempio è il bisonte europeo (Bison bonasus). Negli anni ’30 erano rimaste appena poche decine di esemplari sparsi in alcuni zoo europei, ora ce ne sono oltre 4.000 liberi in una riserva polacca e la popolazione è in lento incremento. E si potrebbero snocciolare molti altri esempi di specie reintrodotte con successo dopo l’estinzione in natura.

È sempre una questione di soldi

Ciò che spesso manca sono invece le risorse economiche. I progetti di salvaguardia o di reintroduzione sono costosi e necessitano di molto denaro, ma è incredibilmente difficile trovare risorse e spesso i governi sottovalutano l’importanza di queste cose. Eppure bastarebbe appena l’1% del denaro che tutto il mondo spende ogni anno in armamenti per fare la differenza.

Per quanto riguarda la conservazione il nostro paese ha una grande responsabilità, perché per via della grande varietà degli ambienti che ospita nel suo territorio è caratterizzato dalla più alta biodiversità di tutta l’Europa, sia intesa come Unione Europea che come continente.

Sono cose su cui vale la pena di riflettere, secondo me.

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Ivan Berdini

Zoologo e appassionato di fotografia