La Guerra Bianca sul monte Lagazuoi

by Ivan Berdini on

La Prima Guerra Mondiale, detta anche Grande Guerra, fu il primo conflitto di dimensioni intercontinentali e si svolse tra il 1914 e il 1918 fra L’Intesa (Regno Unito, Francia, Impero Russo e alleati) e gli Imperi Centrali (Impero di Germania, Impero Austroungarico, Impero Ottomano e relativi alleati). L’Italia, sebbene alleata con gli Imperi Centrali, entrò nel conflitto nel 1915 a fianco dell’Intesa. Si combatté su tutti i mari, in Asia e in Africa, ma il fronte più importante fu quello del nostro continente, dove si affrontarono direttamente le potenze europee.

L’Italia nel 1915

Nel 1915 la geografia italiana era piuttosto diversa da quella attuale: le regioni Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia erano parte dell’Austria-Ungheria. Il territorio fu infatti uno dei motivi principali per cui l’Italia, all’inizio neutrale, entrò nel conflitto: l’Intesa promise all’allora Regno d’Italia delle consistenti parti dell’Austria-Ungheria in caso di vittoria, e infatti nel 1918 furono annesse al nostro paese le due regioni citate e riconsegnato il Veneto, che era stato conquistato dall’Austria nel 1917 dopo la celebre disfatta di Caporetto, quando le truppe italiane furono costrette a ritirarsi fino al fiume Piave. Insieme ai territori del Trentino e del Friuli, che ospitavano popolazioni di madrelingua italiana, fu ceduto al Regno d’Italia il Tirolo Meridionale (Südtirol, in tedesco) che ospita popolazioni di origine austriaca. Questo è il motivo per cui in Alto Adige (il toponimo italiano che indica il Südtirol) vivono popolazioni di madrelingua tedesca, ed è anche il motivo per cui la provincia di Bolzano gode di un’ampia e speciale autonomia amministrativa.

Fronti della Prima Guerra Mondiale (da http://www.silab.it/storia/?pageurl=33-la-prima-guerra-mondiale-i-fronti)

Ia guerra sulle Alpi

Il fronte che ci interessa è quello che vide contrapporsi Regno d’Italia e Austria-Ungheria lungo il confine tra le due nazioni sulle Alpi orientali. Molti combattimenti si svolsero in alta montagna, per esempio sui ghiacciai della Marmolada, motivo per cui il conflitto italo-austriaco è chiamato anche “Guerra Bianca”. Le forze armate austriache erano molto meglio equipaggiate e organizzate di quelle italiane, così lo scontro si trasformò in fretta in una guerra di logoramento che vedeva i due blocchi contrapporsi lungo linee di difesa (le famose trincee) che venivano colpite in vari modi nel tentativo di sfondarle.

Proprio lungo questo fronte si trova una montagna, il Lagazuoi (parte delle Dolomiti di Fanis, in provincia di Belluno), sulla quale i combattimenti furono particolarmente aspri e hanno lasciato una profonda ferita nel paesaggio.

Dolomiti di Fanis (Di Ettore Dal Farra di Wikipedia in italiano – Trasferito da it.wikipedia su Commons., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14739995)

Le sue guglie e le sue pareti verticali le danno un aspetto che ricorda quello di una fortezza, cosa che in effetti è diventata durante il corso della guerra. L’esercito austriaco aveva fortificato la parte alta della montagna costruendo trincee e linee di difesa praticamente impenetrabili, data la posizione l’inaccessibilità della zona e la posizione di vantaggio che permetteva di tenere sotto controllo tutta l’area circostante.

La strategia degli italiani

Gli italiani decisero di prendere di sorpresa gli austriaci scavando nella montagna delle gallerie che li avrebbero portati proprio sotto le postazioni nemiche, in modo da farle saltare in aria. Così nell’ottobre del 1915 gli Alpini occuparono una cengia alla base del Piccolo Lagazuoi (le cengie sono sporgenze pianeggianti di una parete rocciosa, che ne interrompe la verticalità), ribattezzata Cengia Martini in onore del loro comandante, e iniziarono i lavori di scavo. Gli austriaci non rimasero a guardare e iniziarono lo scavo di altre gallerie che avevano lo scopo di impedire il piano degli italiani, o intercettando le gallerie nemiche o cercando di raggiungere e occupare le loro postazioni come la Cengia Martini. Addirittura fecero brillare tre cariche esplosive che però ebbero un effetto opposto a quello sperato, infatti provocarono il crollo di ingenti quantità di roccia che scoprirono alla vista degli italiani molte loro posizioni, che da quel momento potevano essere colpite dall’artiglieria. Di contro, le perdite italiane ci furono ma non sufficienti a fermare i lavori di scavo. Addirittura un’enorme guglia di roccia si adagiò su una linea di difesa italiana costituendo una muraglia e rendendola di fatto inespugnabile.

Nel giugno del 1917 gli italiani si avvicinarono alla vetta del Piccolo Lagazuoi e divisero la galleria in due rami: uno era diretto verso la cima e serviva per far uscire i soldati allo scoperto sulla montagna; l’altra aveva lo scopo di raggiungere la postazione austriaca e di ospitare la carica esplosiva. Il 21 giugno 1917 gli italiani fecero brillare 33 tonnellate di esplosivo, che provocarono il crollo una vasta sezione del Piccolo Lagazuoi e cancellarono quasi del tutto le postazioni austriache, che però erano state evacuate prima dell’esplosione. L’impatto sulla montagna è stato profondo, tanto che il grande accumulo di pietrisco che ne ricopre la base, nei pressi di Passo Falzarego, non esisteva prima del 1917.

Visitare il teatro della battaglia

Come si può notare nel centro della foto seguente, una vasta sezione della montagna è franata portando allo scoperto alcune gallerie. E’ rimasta una sottile parete di roccia sulla cui sommità corre l’attule sentiero che porta alla cima del piccolo Lagazuoi, che ha strapiombi da entrambe le parti, si vede bene in questa fotografia, dove due escursionisti (vestiti di rosso) mostrano il percorso:

Continuando per quel sentiero si giunge all’ingresso della galleria italiana che è completamente visitabile col un minimo di equipaggiamento. Sì può percorrere dalla base della montagna per salire in cima oppure in senso inverso, scendendo a valle dopo aver preso la funivia. Io personalmente ho affrontato il percorso in discensa, ma non pensiate che sia meno difficile: le condizioni all’interno delle gallerie sono dure, infatti bisogna procedere equipaggiati con caschi dotati di luci e l’umidità estrema rende il fondo della galleria molto scivoloso. Inoltre il freddo può essere intenso, specialmente in inverno o in giornate piovose.

I soldati vissero per mesi o anni all’interno di questi cunicoli, accampati in stanze ricavate nelle gallerie stesse, come questa che è stata restaurata per dare un’idea della loro vita quotidiana:

Un’altra caratteristica che rende ostile quell’ambiente era il suono: ci si pensa poco, ma i suoni in galleria possono essere distorti fino a diventare spaventosi. Immaginate come poteva essere passare una notte in uno di quei letti: nell’oscurità più assoluta, coi boati delle esplosioni in lontananza o percependo suoni talmente distorti da non essere identificabili. Cosa potevano essere? Il nemico aveva intercettato la galleria e la stava invadendo? Oppure aveva gettato bombole di gas asfissianti attraverso qualche apertura di ventilazione? Probabilmente erano questi i pensieri di chi dormiva in quei letti, o almeno provava a farlo. Anche le condizioni di lavoro erano durissime, i soldati scavavano divisi in turni di diverse ore usando trivelle pneumatiche di tipo minerario, che venivano alimentate da compressori installati all’interno di apposite camere, i quali producono un notevole fragore, così come i motori che li alimentavano. Erano state installate delle tubature che avevano la funzione di portare all’esterno i gas di scarico, ma sicuramente c’erano delle perdite che lasciavano fuggire qualcosa che rendeva l’aria ancora più pesante.

Non erano dure soltando le condizioni di vita all’interno delle gallerie, infatti raggiungerle dall’esterno era altrettanto difficile e spaventoso. Molti sentieri sono stati ricavati su paurosi strapiombi, tanto che in alcuni punti si cammina sulle poche decine di centimetri di terreno piatto che separano la parete verticale della montagna da un dirupo. I rifornimenti erano portati nella “fortezza” per mezzo di una teleferica costruita appositamente, ma che poteva essere usata solo di notte: l’oscurità era l’unico modo di celare le cabine che salivano e scendevano e impedire all’artiglieria austriaca di colpirle. Immaginate cosa possano aver provato coloro che si ritrovavano sospesi nel vuoto, nella più completa oscurità e sotto il fuoco nemico, ascoltando i proiettili sibilare e pregando di essere mancati. Non credo sia possibile riuscire a capire l’angoscia di chi transitava sulle cabine, come non è possibile arrivare ad avvicinarsi cosa provavano i soldati che hanno combattuto sul Lagazuoi, di entrambi gli schieramenti.

Vi propongo anche un breve video che ho registrato all’interno delle gallerie, per dare un’idea delle condizioni avverse che presentano:

In conclusione, quella nelle gallerie del Monte Lagazuoi è un’escursione dura e un pochino pericolosa, non è sicuramente adatta a tutti, tuttavia consiglio di farla. Ripercorrere gli stessi ambienti in cui i soldati hanno vissuto e lavorato, nelle stesse condizioni che hanno dovuto affrontare loro, è un modo per onorare le vittime di quell’assurdo conflitto e per ricordare che simili errori non dovrebbero più essere commessi. Fa uno strano effetto pensare che appena un secolo fa i popoli europei si odiavano ferocemente e che adesso le stesse nazioni, come Italia, Austria, Ungheria, Germania, Francia, Regno Unito e tante altre, ora fanno parte della stessa confederazione chiamata Unione Europea e in ognuna di esse sventola la stessa bandiera.

Bandiera dell’Unione Europea

Non bisogna mai dimenticare il passato, altrimenti si rischia di ripeterne gli errori, o forse dovrei dire orrori?

Written by: Ivan Berdini

Zoologo, naturalista, divulgatore scientifico e appassionato di fotografia.