Album di Famiglia – Australopithecus e cugini

by Ivan Berdini on

Facciamo un ulteriore passo nella nostra direzione esaminando il gruppo delle autralopitecine. Ma perché “gruppo”?

Ci sono varie specie del genere Australopithecus ed è quasi certo che la nostra specie discenda da una di queste, però non si sa esattamente quale. In più alcune specie prima incluse nel genere Australopithecus sono state incluse nel nuovo genere Paranthropus. Cerchiamo di dipanare questa matassa.

Nota bene: la Paleonantropologia è una branca della Scienza ad alto rischio di obsolescenza, questo significa che le informazioni qui riportate sono esatte al momento della stesura di questo articolo ma, dato che gli studi sono ancora in corso e possono capitare scoperte che cambiano tutte le carte in tavola, è possibile che in futuro le informazioni contenute in questo articolo diventino obsolete e quindi inesatte.

Ricostruzione di una femmina di Australopithecus afarensis (Di Nessun autore leggibile automaticamente. Esv presunto (secondo quanto affermano i diritti d’autore). – Nessuna fonte leggibile automaticamente. Presunta opera propria (secondo quanto affermano i diritti d’autore)., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1349347)

Una storia molto antica

Iniziamo col dire che la storia delle australopitecine inizia 4,5 milioni di anni fa e termina 1,5 milioni con l’estinzione di tutte le specie del gruppo. Dato che esso è caratterizzato da vari generi si può constatare che l’evoluzione umana non sia una linea ben definita come (purtroppo) ancora oggi ci si ostina a insegnarla nelle scuole, ma è più simile a un cespuglio in cui sono presenti molte specie con caratteri sia nuovi che vecchi e una di queste a portato alla nostra specie, tutte le altre linee evolutive si sono estinte.

Tutte le specie che vedremo (o nomineremo) più avanti hanno una caratteristica in comune: la locomozione bipede. Gli antenati delle australopitecine (come l’Ardipithecus ramidus dell’articolo precedente) vivevano in ambiente forestale e avevano già acquisito una posture più o meno eretta, ma i mutamenti ambientali hanno modificato l’habitat di quelle scimmie in una savana, caratterizzata da pochi alberi e vaste pianure secche. Qualunque scimmia di foresta si sarebbe estinta (ovviamente il cambiamento non è avvenuto all’istante ma nel corso di svariati millenni) ma non quelle capaci di locomozione bipede che, anzi, si sono ritrovate avvantaggiate da questa capacità. Vediamo brevemente i principali vantaggi del bipedalismo:

Le caratterisatiche uniche delle australopitecine

  • Un campo visivo più ampio, che permette di tenere sotto contro una più ampia porzione di territorio e che, quindi, aumenta le probabilità di avvistare i predatori. Una maggiore resistenza nella corsa, anche se la camminata doveva essere notevolmente meno efficiente della nostra (un po’ più traballante, probabilmente). L’arto superiore non è più relegato alla funzione locomotoria e può quindi essere usato per altro, specializzandosi in un organo con la sola e unica funzione manipolatoria, funzione che si affinerà notevolmente nel corso dell’evoluzione. Gli arti anteriori possono essere usati anche per accudire la prole e per trasportare a distanza il cibo, in modo che la madre coi piccoli rimanga nascosta e il maschio porti al rifugio cibo per tutti.
  • La postura eretta diminuisce la superficie corporea esposta al Sole; questo fatto, insieme al calo della pelosità e all’aumento delle ghiandole sudoripare, permette un’ottima dispersione del calore, cosa che fa di queste scimmie dei perfetti esempi di adattamento al caldo della savana africana.

Una tipica savana africana (Di L’utente che ha caricato in origine il file è stato Eiena di Wikipedia in italiano – Trasferito da it.wikipedia su Commons., GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48280304)

Forme gracili e forme robuste

Il gruppo di Ominidi di cui ci occupiamo questa volta è composto da due generi: Australopithecus e Paranthropus, il secondo comprende specie che un tempo erano considerati parte degli australopiteci ma avevano una morfologia ossea molto più robusta, capiremo fra poco cosa significa.

In generale le specie del genere Australopithecus assomigliano molto alle scimmie antropomorfe attuali, ma hanno anche sei caratteri che le avvicinano alla nostra specie. Lo splancnocranio (ossia la parte del cranio volgarmente nota come faccia) è molto più grande e prominente del neurocranio (ossia la calotta cranica, la parte di cranio che racchiude e protegge il cervello), come nelle antropomorfe moderne; il volume intracranico è simile quello di scimpanzé e gorilla attuali (410 mL), quindi il cervello dell’australopiteco doveva essere quasi identico a quello dell’odierno scimpanzé ed è quindi ragionevole ritenere che il suo comportamento fosse molto simile. La faccia robusta e prominente, con denti grandi e spessi, indicano che gli australopiteci si nutrivano di materiale coriaceo, come radici, erbe e carne cruda. L’attuale scimpanzé (dal cervello molto simile) e i babbuini (scimmie che vivono in savana, quindi nello stesso ambiente dei nostri antenati) sono capaci di caccia attiva, tuttavia la loro capacità venatoria è limitata a prede piuttosto piccole. Ergo gli antichi australopiteci dovevano essere onnivori e le loro maggiori fonti di proteine animali dovevano essere piccoli rettili o uccelli, uova, insetti, piccoli mammiferi o carcasse di animali più grandi, morti per cause naturali o uccisi di altri predatori. Dovevano essere delle ottime prede per i Felidi e i Canidi che abitavano (e abitano) le savane, infatti la principale arma difensiva dei primati, i canini, erano negli australopiteci molto ridotti e “incisivizzati”, cioè diventati simili agli incisivi (come i canini della nostra specie). Soltanto il maschio di Australopithecus afarensis, la specie più primitiva e probabile capostipite di tutto il gruppo, manteneva grandi e minacciosi canini. Le ossa del bacino (ali iliache ampie e svasate, come quelle umane) indicano senza ombra di dubbio che queste scimmie erano bipedi, tuttavia alcune similitudini con lo scheletro dello scimpanzé indicano che dovevano aver conservato una buona capacità di arrampicamento, cosa che non sorprende: visti i temibili predatori che si potevano (e si possono) incontrare nelle savane africane, passare la notte rannicchiati sui pochi alberi sparsi o sulle grandi rocce può essere un modo per stare un po’ più al sicuro (anche se i leopardi hanno un’ottima capacità di arrampicarsi sugli alberi).

Un leopardo africano su un albero (Di Caelio – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8361842)

Altra caratteristica degli australopiteci doveva essere la “presa di forza”, ossia la capacità di afferrare e manipolare gli oggetti con le mani. Tuttavia essendo il cervello simile a quello dello scimpanzé, essi non avevano la “presa di precisione”, cioè la capacità tipica della sola nostra specie di prendere fra indice e pollice oggetti molto piccoli e di maneggiarli con estrema precisione (ce lo vedete uno scimpanzé a fare l’orologiaio? Io no); l’altro fatto che ci fa capire l’assenza della “presa di precisione” sono le falangi, che erano lunghe e curve come per le Antropomofe attuali (adatte per arrampicarsi), mentre le nostre sono dritte e piuttosto corte.

Australopithecus afarensis

Di Durova – Opera propria, GFDL, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3181446

L’afarensis è uno dei più antichi, infatti è vissuto fra 3,7 e 3,2 milioni di anni fa. Il ritrovamento più importante è senza dubbio la famosa “Lucy”, scoperto il 30 novembre 1974 ad Afar, Etiopia, questo reperto ha permesso di provare senza ombra di dubbio che l’afarensis fosse bipede.

Australopithecus africanus

Questa specie è vissuta fra 3 e 2 milioni di anni fa ed era più evoluta della precedente, infatti la conformazione del suo cranio è più vicina a quella umana, di conseguenza poteva avere un cervello più grande e una maggiore intelligenza. Il ritrovamento più importante è il “bambino di Taung”:

Di Didier Descouens – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29379536

Scoperto a Taung (Sud Africa) nel 1924, è uno dei primi ritrovamenti di resti di Australopiteco e consiste in un cranio completo di denti e mandibola di un esemplare giovanile. Il volume intracranico è di 410 mL (come l’adulto di afarensis) quindi quello dell’adulto di africanus doveva essere più grande (440 mL), cosa che indica una maggiore intelligenza di questa specie rispetto alla precedente.

I parantropi

Circa 2 milioni di anni fa avvenne un mutamento ambientale che condizionò l’evoluzione di queste scimmie: un ramo si diresse verso l’Homo habilis e quindi verso di noi, l’altro diede vista alle cosiddette “forme robuste di Australopiteco”, che oggi sono classificate nel genere Paranthropus.

Di Gunnar Ries Amphibol – Opera propria (own photo), CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3695107

Ciò che salta subito agli occhi è la maggiore robustezza e l’elevato spessore delle ossa craniche rispetto all’Australopithecus. Le specie sono:

  • Paranthropus boisei, vissuto in Tanzania fra 2,6 e 1,2 milioni di anni fa;
  • Paranthropus robustus, vissuto in Sud Africa fra 2,3 e 1,2 milioni di anni fa;
  • Paranthropus aethiopicus, vissuto in Etiopia tra 1,8 e 1,5 milioni di anni fa.

La causa della morfologia molto più robusta delle ossa craniche è da ricercare nell’aridità che ha colpito l’Africa circa due milioni di anni fa: i mutamenti ambientali conseguenti hanno costretto gli australopiteci a modificare il loro modo di vita per sopravvivere dividendosi quindi in due gruppi, ognuno con la propria strategia. I parantropi si sono adattati a nutrirsi del materiale vegetale più coriaceo, tipico del clima secco, irrobustendo le ossa craniche: gli enormi zigomi e la vistosa cresta sagittale (in cima al cranio) indicano che i muscoli masseteri dovevano essere enormi rispetto a quelli della nostra specie e quindi dovevano avere una notevole forza. I premolari dei parantropi, poi, si sono molarizzati (sono diventati grandi come i molari veri e propri) esattamente come quelli di erbivori che mangiano materiale coriaceo (per esempio i cavalli o i rinoceronti); la mandibola è rinforzata e molto spessa, per accogliere i grandi denti e resistere alle sollecitazioni della masticazione.

L’altro gruppo, che vedremo nel prossimo articolo, preferì puntare su una dieta più ricca di proteine animali. Questa strategia li porterà a evolversi in Homo habilis che, come lascia intendere il nome, era piuttosto abile a manipolare e infatti ci ha lasciato una grande quantità di manufatti (industria litica) in pietra, la prima tecnologia che si sia mai vista sulla Terra, ma scopriremo tutto nella prossima puntata.

Written by: Ivan Berdini

Zoologo, naturalista, divulgatore scientifico e appassionato di fotografia.