Pianeti abitabili nel sistema TRAPPIST-1?

by Ivan Berdini on

Il sistema TRAPPIST-1 potrebbe ospitare pianeti abitabili. Scoperto all’inizio del 2017 e situato a 39 anni luce dalla Terra, all’epoca dell’annuncio (22 febbraio 2017) la scoperta fece molto clamore per le numerose particolarità di questo sistema, che ne fanno uno dei migliori candidati per la ricerca di forme di vita extraterrestri.

Rappresentazione artistica del sistema TRAPPIST-1 (Di NASA/JPL-Caltech – Catalog page · Full-res (JPEG · TIFF), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56513052)

Il sistema TRAPPIST-1

Questo sistema si trova a soli 39 anni luce da noi ed è quindi relativamente vicino, per quanto una distanza enorme e invalicabile per la nostra attuale tecnologia astronautica. TRAPPIST-1 è il sistema più numeroso finora scoperto coi sui 7 pianeti (nel nostro ce ne sono otto), ma sono tutti pianeti di tipo roccioso e mancano del tutto i giganti gassosi che invece sembrano essere molto comuni nei sistemi osservati finora.

Confronto tra i pianeti di TRAPPIST-1 e i quattro rocciosi del Sistema Solare, le distanze non sono in scala (Di NASA/JPL-Caltech – Catalog page · Full-res (JPEG · TIFF), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56513150)

Quattro dei sette pianeti hanno dimensioni paragonabili a quelle della Terra, mentre gli altri tre si collocano tra Marte e il nostro pianeta. Ancora più sorprendente è il fatto che ben tre di questi pianeti (il quarto, il quinto e il sesto) si trovano nella zona di Goldilocks di quella stella (ossia la “fascia abitabile” intorno a una stella) e quindi potrebbero avere acqua liquida e un’atmosfera simile a quella della Terra.

Tuttavia la stella è una nana rossa, molto più piccola e fredda del Sole e quindi i pianeti si trovano molto vicini, tanto che i loro periodi di rivoluzione vanno da 1,5 a 13 giorni. Facciamo un esempio chiarificatore: il pieneta Mercurio (il primo del Sistema Solare) impiega 88 giorni a fare un giro completo, questo significa che è più lontano dal Sole rispetto al settimo e ultimo pienata di TRAPPIST-1.

Le stelle di questo tipo sono però anche molto più longeve rispetto a quelle come il Sole, perché consumano più lentamente il loro idrogeno, e quindi le eventuali forme di vita presenti su un pianeta che orbita intorno a una di queste stelle avrebbe molto più tempo di evolversi rispetto a quelle presenti sulla Terra.

La possibile presenza di acqua

Nuove osservazioni compiute per mezzo del telescopio spaziale Hubble hanno permesso di appurare che i due pianeti più interni del sistema hanno perso elevate quantità di acqua negli ultimi otto miliardi di anni, mentre gli altri dovrebbero averne conservata una grande quantità.

Il telescopio spaziale Hubble, che orbita intorno alla Terra dal 1990 (Di Ruffnax (Crew of STS-125) – http://spaceflight.nasa.gov/gallery/images/shuttle/sts-119/hires/s125e011848.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6826183)

Gli astronomi hanno usato Hubble per studiare la quantità di radiazione ultravioletta che raggiunge i pianeti, in modo da stimare la velocità con cui dovrebbero aver perso acqua per il fenomeno della fotodissociazione (gli ultravioletti distruggono le molecole d’acqua e l’idrogeno si disperde poi nello spazio). Di conseguenza quindi i pianeti 4, 5 e 6 (quelli nella zona di Goldilocks) sono anche i migliori candidati per la ricerca di acqua liquida che avverrà in futuro per mezzo del telescopio spaziale James Webb che sarà lanciato nel 2018.

L’ipotesi della panspermia

La distanza assolutamente minima tra i pianeti del sistema TRAPPIST-1 potrebbe aver permesso un fenomeno di panspermia, cioè una possibilità del tutto teorica secondo la quale la vita sviluppatasi su uno dei pianeti potrebbe poi essersi diffusa su quelli vicini. Per esempio l’impatto di un asteroide su un pianeta può lanciare nello spazio dei frammenti di roccia con a bordo dei microrganismi, che poi possono casualmente cadere su un altro pieneta e inseminarlo con la vita.

Un’altra rappresentazione artistica del sistema TRAPPIST-1 (Di NASA/JPL-Caltech – Catalog page · Full-res (JPEG · TIFF), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56513197)

È un fenomeno estremamente improbabile, ma non impossibile: sulla Terra sono arrivate in questo modo delle rocce di origine marziana (ovviamente senza ospiti a bordo) e alcuni microrganismi terrestri potrebbero sopravvivere a un viaggio nello spazio e a un rientro in atmosfera, a patto che la roccia sia abbastanza grande da non consumarsi del tutto.

Perché è importante questa scoperta

Le scoperte del sistema TRAPPIST-1 sono di fondamentale importanza, anche se effettivamente non ci fossero forme di vita su nessuno dei suoi pianeti. La stella appartiene alle nane rosse, la cateogoria più comune dell’universo, e la presenza di pianeti simili alla Terra per dimensioni alla giusta distanza da poter ospitare acqua liquida dimostra che le condizioni necessarie allo sviluppo della vita (come noi la conosciamo) non sono poi così rare nell’universo. Quindi la possibilità di scoprire pianeti abitabili con forme di vita indigene non è poi così remota e anzi, cresce man mano che vengono scoperti nuovi pianeti extrasolari.

Fonti:

Written by: Ivan Berdini

Zoologo, naturalista, divulgatore scientifico e appassionato di fotografia.

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