[Aggiornato] Resistenza agli antibiotici: facciamo chiarezza

by Ivan Berdini on

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione con l’aggiunta di fonti per l’approfondimento, le trovate a fondo pagina.

Pochi giorni fa è rimabalzata sui media la notizia dell’isolamento negli USA di un ceppo di batteri resisenti a tutti gli antibiotici conosciuti, ma è solo l’ultima in ordine di tempo. Infatti sono settimane che i media parlano di era “post-antibiotica”, che sarebbe caratterizzata da ceppi batterici resistenti a tutti gli antibiotici, i quali riporterebbero la medicina indietro agli anni ’30. Ma è davvero così? Cerchiamo di fare chiarezza.

EscherichiaColi_NIAID

Immagine in mocroscopia elettronica del batterio Escherichia coli

Come sappiamo, i media tendono un po’ a esagerare per suscitare curiosità nei lettori e indurre a comprare/sintonizzarsi/cliccare per seguire la notizia, cosa che non va affatto bene perché in questo modo non si informa l’opinione pubblica ma la si allarma e basta. Questa condotta è particolarmente problematica quando si parla di salute e medicina, perché il risultato è solo fare una gran confusione.

La notizia

Andiamo con ordine. La notizia in questione riguarda una donna di 49 anni residente in Pennsylvania (USA), nella cui urina è stato isolato in ceppo di Escherichia coli resistente a tutti gli antibiotici in data 26 maggio 2016. Escherichia coli (il batterio nella foto poco sopra) è un microbo molto comune, infatti è uno dei principali simbionti che vivono nell’intestino umano e in quello di molti altri mammiferi. Però è un opportunista, cioè cessa di essere simbionte e si trasforma in patogeno se entra in contatto con tessuti diversi dalla mucosa intestinale, come per esempio il tratto urinario, infatti è un batterio che molto spesso provoca infezioni urinarie. Non metto in dubbio che il ceppo isolato nell’urina di questa signora sia pericolosamente resistente agli antibiotici, solo mi permetto di essere prudente sulla definizione di “super-batterio” datagli dai media in quanto negli stessi articoli si legge che la signora ha risposto bene alle terapie ed è guarita. Questo vuol dire che in realtà qualche farmaco efficace c’è, altrimenti la paziente non sarebbe di certo guarita. Aggiornamento: a quanto pare non solo il solo ad aver trovato questa notizia fuorviante.

Tale atteggiamento dei media secondo me è sbagliato perché mina la credibilità di quello che è invece un problema vero e reale: i batteri patogeni stanno sviluppando una certa resistenza agli antibiotici e il problema è noto da anni, anche se forse è stato sottovalutato.

Alexander Flaming, premio Nobel per la medicina nel 1945

Cosa sono gli antibiotici?

Gli antibiotici sono dei farmaci prodotti a partire da sostanze che uccidono i batteri minando una parte della loro “macchina biochimica” (ovvero l’insieme delle reazioni chimiche che avvengono all’interno delle cellule), solitamente si tratta di una proteina che ha un ruolo fondamentale in qualche processo metabolico. Queste sostanze sono prodotte di solito da altri microrganismi che le usano per liberarsi dei concorrenti. La celeberrima penicillina è un ottimo esempio: fu scoperta da Alexander Flaming nel 1928 all’interno di una muffa del genere Penicillium, diventando così il primo antibiotico. Questa sostanza impedisce al batterio di sintetizzare la parete cellulare, senza la quale la cellula si rompe e di conseguenza muore. Negli anni sono stati scoperti molti altri antibiotici, che hanno permesso di sconfiggere infezioni come la tubercolosi o la peste, solo per citarne un paio di famose.

Il guaio è che i batteri non stanno fermi a farsi sterminare e in questo caso l’evoluzione gioca contro di noi. Durante la replicazione, un batterio può andare incontro a mutazioni casuali del suo DNA, che possono portare a sintetizzare una proteina ancora funzionale ma leggermente diversa rispetto a quella attaccata dall’antibiotico, che quindi perde efficacia non riuscendo più a uccidere l’organismo. La resistenza agli antibiotici è questo: i batteri sviluppano adattamenti per sopravvivere alle sostanze che noi usiamo per ucciderli e, ironicamente, siamo proprio noi coi nostri antibiotici a guidare la selezione di varietà resistenti.

La resistenza agli antibiotici

Purtroppo questo fenomeno è il risulato dell’abuso di antibiotici che scaturisce da un uso scellerato che è stato fatto di queste sostanze. Più si abusa di un antibiotico e più i batteri sviluppano resistenza verso di esso e fino a poco tempo fa l’abuso era più che massiccio. Quante volte abbiamo preso un antibiotico per il raffreddore? Ecco, quello è un abuso dato che il raffreddore è provocato da un virus e non da un batterio: gli antibiotici sono del tutto impotenti contro i virus, che tecnicamente non sono nemmeno considerati forme di vita e quindi non possono essere uccisi. Anche l’industria dell’allevamento ha ampiamente esagerato con gli antibiotici in passato, pensando che prevenire le infezioni fosse meglio che curarle ma sbagliando clamorosamente (per fortuna le cose oggi sono cambiate, almeno in Europa, e l’uso preventivo di antibiotici in allevamento non è più consentito). Addirittura c’è stato un periodo in cui si trovavano antibiotici anche nei comuni saponi per le mani, in una specie di esagerata ossessione per l’igiene che di fatto ha solo aiutato i batteri nella “guerra” contro la medicina. Se aggiungiamo che negli ultimi decenni sono stati scoperti pochissime nuove sostanze antibiotiche, il quadro diventa decisamente allarmante.

Ecco perché è importante usare gli antibiotici solo ed esclusivamente quando servono: un loro uso consapevole permette di ridurre al minimo l’insorgenza di resistenze che purtroppo oggi sono molto diffuse. Si stima che ogni anno i batteri resistenti uccidano migliaia di persone in ospedale, dove questi ceppi sono più presenti.

Conclusioni e prospettive future

Quindi il problema c’è ed è preoccupante, ma non condivido affatto il tono dei media che tendono solo a spaventare l’opinione pubblica dicendo in giro che presto arriverà l’era “post-antibiotica” in cui la medicina sarà impotente. Addirittura c’è chi si è spinto in previsioni ardite, dicendo che questa fantomatica era arriverà tra il 2030 e il 2050. Vorrei chiedere a chi fa queste previsioni: ma pensate davvero che resteremo fermi in attesa della fine?

La ricerca si sta muovendo per impedire che i profeti di sventura abbiano ragione e già sono stati conseguiti risultati interessanti, un esempio è qui su LeScienze. I ricercatori percorrono molte strade differenti, per esempio alcuni cercano di sintetizzare nuovi antibiotici, mentre altri ne cercano di nuovi in natura (animali, piante, funghi e microrganismi del suolo possono nascondere molte sorprese). Qui devo dare una bacchettata a un po’ di persone: dagli anni ’80 in poi sono stati scoperti pochissimi antibiotici perché le case farmaceutiche hanno abbandonato la ricerca in questo campo in quanto poco remunerativa, mentre le ricerca pubblica è stata vittima dei cronici tagli di fondi. Col senno di poi possiamo affermare con certezza che questi comportamenti siano stati decisamente miopi e autolesionisti. Come al solito non ci si smuove se il problema non è immininente, infatti negli ultimi anni c’è stato un aumento degli investimenti sia pubblici che privati per la ricerca di nuovi antibiotici. In fondo è meglio tardi che mai, speriamo che la lezione sia stata imparata.

PS Forse sarebbe ragionevole sviluppare dei vaccini per immunizzarsi contro i ceppi resisteti agli antibiotici.

Aggiornamento: consiglio di approfondire qui e qui.

Written by: Ivan Berdini

Zoologo, naturalista, divulgatore scientifico e appassionato di fotografia.

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